Quanto vale la fiducia, quando bastano pochi giorni per perderne l'equivalente di trentacinque miliardi?
Nei giorni scorsi la vicenda del fondo di investimento fondato da Leopold Aschenbrenner ha offerto un’immagine particolarmente efficace della fragilità che può caratterizzare una certa economia finanziaria contemporanea. Situational Awareness, hedge fund costruito intorno alla previsione di una rapida espansione dell’intelligenza artificiale, sarebbe passato in pochi giorni da circa 45 a poco più di 10 miliardi di dollari di attività, dopo la liquidazione di gran parte delle posizioni azionarie. La contrazione, pari a circa 35 miliardi di dollari, non coincide automaticamente con una perdita equivalente di capitale netto per gli investitori: una parte rilevante delle posizioni era stata infatti costruita ricorrendo alla leva finanziaria, cioè a denaro preso a prestito. Tuttavia, il dato resta impressionante per la velocità con cui una strategia finanziaria apparentemente vincente si è ridimensionata.(techtalking)
Aschenbrenner, già ricercatore di OpenAI, aveva raccolto circa 225 milioni di dollari e orientato il fondo verso le imprese che avrebbero dovuto beneficiare della corsa all’intelligenza artificiale: produttori di chip e memorie, infrastrutture digitali, energia e centri dati. La sua intuizione era semplice: anche senza sapere quale impresa avrebbe prodotto il miglior modello di IA, si poteva investire in tutto ciò che sarebbe stato necessario per svilupparlo. Per un certo periodo la strategia ha funzionato in modo straordinario; ma il ricorso massiccio al debito ha reso il fondo vulnerabile alle oscillazioni del mercato. La leva finanziaria amplifica infatti i guadagni quando i prezzi salgono, ma amplifica nello stesso modo le perdite quando i prezzi scendono. Una previsione può persino rivelarsi corretta nel lungo periodo e, nondimeno, fallire nel breve se la struttura finanziaria non consente di attendere il tempo necessario.(techtalking)
Questa storia non autorizza un giudizio morale semplicistico né consente di considerare illegittima ogni attività finanziaria. Il credito, il rischio e persino la leva possono essere strumenti utili allo sviluppo di imprese, ricerca e innovazione. Il problema nasce quando la velocità della scommessa, l’asimmetria tra chi decide e chi sopporta le conseguenze, e la ricerca di rendimenti eccezionali prevalgono sulla responsabilità verso le persone e i territori coinvolti. È qui che si pone una domanda più ampia: quale economia vogliamo costruire?
Credo che abbia ancora senso parlare di gentilezza in economia. Non si tratta di un invito alla debolezza, alla rinuncia al profitto o alla tolleranza verso l’inefficienza. La gentilezza economica è, al contrario, una forma di intelligenza relazionale e organizzativa. Significa esercitare l’autorità senza umiliare, negoziare senza approfittare della propria posizione di forza, riconoscere il contributo delle persone e misurare gli effetti delle decisioni oltre il bilancio trimestrale.
In questa prospettiva, la gentilezza produce conseguenze molto concrete. Nei luoghi di lavoro, ascolto, correttezza e sicurezza psicologica favoriscono la collaborazione, riducono il turnover e limitano l’assenteismo. Nel rapporto con i clienti, chiarezza, affidabilità e cura del servizio costruiscono fiducia, reputazione e fedeltà. Nei rapporti con fornitori e partner, pagamenti regolari e accordi equi riducono il contenzioso e rendono più stabile la filiera. Anche all’interno delle organizzazioni, una minore aggressività diminuisce quei “costi relazionali” spesso invisibili nei bilanci: controlli eccessivi, procedure difensive, conflitti improduttivi, ritardi decisionali, perdita di competenze e deterioramento della reputazione.
Il concetto decisivo è dunque quello di fiducia. La fiducia è un capitale immateriale, ma non per questo meno reale. Dove essa è alta, diminuisce la necessità di sorvegliare continuamente, di difendersi preventivamente, di ricorrere a contratti sempre più complessi o a conflitti giudiziari. La fiducia non sostituisce le regole, ma consente alle regole di funzionare meglio. Una buona organizzazione non è quella nella quale tutti sono gentili per convenienza o per obbligo, bensì quella nella quale il rispetto reciproco si traduce in responsabilità, competenza e risultati verificabili.
Un riferimento storico particolarmente significativo è Adriano Olivetti. La sua esperienza non va ridotta a una formula sentimentale né a una generica filantropia imprenditoriale. Olivetti fu un industriale innovativo, attento alla tecnologia, alla ricerca, al design e all’espansione internazionale; ma concepì l’impresa anche come soggetto culturale, sociale e territoriale. La fabbrica, nella sua visione, non doveva limitarsi a produrre beni e utili: doveva contribuire alla crescita della persona, della comunità e della democrazia. Per Olivetti, la domanda fondamentale era se l’industria potesse darsi fini che andassero oltre l’indice dei profitti.(rivistaimpresasociale)
Questa concezione si tradusse in pratiche concrete. Negli stabilimenti Olivetti vennero sviluppati servizi sanitari e sociali, asili nido, mense, biblioteche, attività culturali, formazione professionale e attenzione alla qualità architettonica degli spazi di lavoro. A Ivrea, la progettazione industriale si intrecciò con quella urbana e residenziale; lo sviluppo dell’impresa fu pensato in relazione alla vita della comunità. Nel 1956 l’azienda ridusse l’orario settimanale da 48 a 45 ore a parità di salario, con il sabato libero e tre settimane di ferie estive, in anticipo rispetto ai contratti nazionali. Si trattava di scelte costose, ma non estranee alla strategia industriale: esse esprimevano l’idea che produttività, dignità e innovazione potessero sostenersi reciprocamente.(treccani)
Olivetti non immaginava una fabbrica priva di disciplina, di merito o di competenza. Al contrario, attribuiva grande valore alla preparazione tecnica e manageriale. La sua originalità stava nel rifiutare l’alternativa rigida tra efficienza economica e rispetto della persona. Il lavoratore non era soltanto un costo da comprimere, né un destinatario passivo di benefici paternalistici: era una persona inserita in una comunità concreta, portatrice di bisogni familiari, culturali, abitativi e civili. La sua idea di comunità non era nostalgia del passato, ma un tentativo di tenere insieme sviluppo industriale, autonomia territoriale, cultura e partecipazione sociale.(treccani+1)
Occorre tuttavia evitare l’idealizzazione. La gentilezza in economia funziona soltanto se è accompagnata da sostenibilità finanziaria, regole chiare, retribuzioni eque, responsabilità individuale e capacità di valutare i risultati. Altrimenti può degenerare in paternalismo: l’impresa offre attenzioni e servizi, ma conserva rapporti di potere sbilanciati e non riconosce una reale partecipazione dei lavoratori e della comunità. La lezione olivettiana resta invece attuale proprio perché invita a superare questa ambiguità: la persona non deve essere aiutata soltanto “a favore” del suo benessere, ma coinvolta nella costruzione delle condizioni che rendono possibile uno sviluppo comune.
Il confronto con la finanza ad altissima leva non consiste quindi nell’opporre ingenuamente “buoni” e “cattivi”, né nel rimpiangere un passato industriale idealizzato. Aschenbrenner, prima della sua esperienza finanziaria, aveva partecipato alla nascita di una sezione universitaria dell’Effective Altruism, movimento che promuove l’idea di guadagnare molto per destinare una parte consistente delle proprie risorse a cause considerate utili all’umanità. Anche in questo caso vi è un’intenzione che merita di essere presa sul serio. Ma resta aperta una questione: è sufficiente redistribuire una parte della ricchezza dopo averla accumulata, oppure occorre interrogarsi sin dall’origine sui modi con cui essa viene prodotta, distribuita e governata?(techtalking)
La differenza fondamentale riguarda il lascito. Di Adriano Olivetti continuiamo a discutere dopo più di sessant’anni non soltanto per il successo della sua impresa, ma perché la sua idea di sviluppo ha lasciato architetture, servizi, istituzioni culturali, pratiche organizzative e una domanda ancora aperta sul fine dell’economia. La gentilezza, in questo senso, non è un ornamento morale applicato a posteriori al mercato. È una scelta di metodo: riconoscere che l’efficienza non deve divorare la persona, ma valorizzarne capacità, dignità e possibilità di partecipazione.
Un’economia gentile non è dunque un’economia ingenua. È un’economia più esigente, perché chiede alle imprese di essere produttive, innovative e finanziariamente solide, ma anche capaci di generare fiducia, qualità del lavoro, coesione sociale e sviluppo territoriale. Il profitto resta necessario; non può però essere l’unico criterio con cui misurare il successo. Quando il valore creato dura nel tempo, esso non si riconosce soltanto nei rendimenti finanziari, ma nelle persone che crescono, nelle relazioni che resistono e nelle comunità che diventano più forti.
Bibliografia essenziale